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Una radio nel cuore dell'Africa

Joao consola il bimbo smarrito a Radio Monapo

La storia del mese: una radio nel cuore dell'Africa

Che senso ha un'emittente radiofonica dove mancano cibo, acqua, medicine, scuola? Serve ad una comunità per sentirsi tale, per stringere legami, per crescere. E a mille piccole, grandi necessità. Di Marianna Sassano

Scende la sera a Monapo: è giugno e le giornate iniziano ad accorciarsi al di là l’equatore. L’Africa che lavora però non è ferma: nella redazione della radio comunitaria Aventino Aniceto annuncia l’ultimo notiziario del dia. I due molungu, i due bianchi, per oggi ancora non si sono stancati di girare, scattare qualche foto, osservare. Anzi: il buio mozambicano - totale - attrae, e quando per le strade si incrociano un lampione o una bottega con la luce accesa, accadono i miracoli dei colori.

E poi c’è questa cosa che calamita, a Monapo. C’è la radio, Radio Monapo. Siamo nel nord del paese: qualche indiano vi ha avviato il suo commercio, ci sono la sede del Partito e quella del governatore distrettuale, c’è anche un ospedale, c’è un mercato. Ma, insomma: è Africa pura. Nulla qui ha il purché vago sapore di noto per due europei, a esclusione delle magliette di plastica made in China che stanno soppiantando il vestire tradizionale.

Monapo è poco più di un villaggio. Ci sono i baobab, solo due strade sono asfaltate, la gente vive in case di fango e paglia. I bambini hanno la pancia gonfia, nelle zone rurali. Trovare proprio qui la redazione di una radio assume i contorni dello stupore. E allora vanno, i due molungu, a salutare i colleghi che si danno il turno in redazione; e che, scommettendo contro ogni benpensante ragionevolezza, regalano senza compenso il loro tempo per una causa da Don Chisciotte contro i mulini a vento: fare informazione qui.

Mille le domande di due osservatori esterni: servirà davvero? Non ci sono urgenze più immediate? E lo sforzo, anche economico, è giustificato dai risultati? E i benefici quali sono? La logica dell’investimento pone quesiti. Le risponde l’occhio di domani: serve, e serve come l’acqua, il cibo, le medicine, le scuole. Serve per non continuare a ridurre gli esseri umani alla sussistenza, per la consapevolezza del ruolo di ciascuno all’interno di una comunità, per richiamare chi di dovere alle proprie responsabilità. Ma serve a mille altre cose ancora. E la risposta a tutte le domande si dà da sé quella sera.

Due donne arrivano dal mato, la foresta, e bussano alla porta della redazione. Portano un bambino. Lo hanno trovato al mattino sul ponte che attraversa Rio Monapo; si è perso, non parla, è impietrito di paura. Sta seduto per terra, le spalle appoggiate al muro. João Mugilahumo Antonio, responsabile educativo di Watana, associazione partner del Cesvitem, gioca un po’ con lui, prova con qualche sorriso. Nulla: il bambino è sfinito, si addormenta. Una delle due donne lo prende in braccio, lo avvolge in una stoffa. Vanno via.

Questa sera Aventino ha fatto gli straordinari: ha inserito in palinsesto l’annuncio del ritrovamento del bambino. Quelle donne non hanno bussato alla porte del municipio, o all’ospedale. Non sono andate dal capo villaggio, nemmeno dallo stregone, che qui ha molta autorità. Sono andate dove c’erano un microfono e un’antenna di trasmissione. Dove c’era una voce che poteva parlare. E farsi sentire in tutto il distretto, per chilometri e chilometri.

La madre, il mattino dopo, è andata a riprendere suo figlio. Informazione, a Monapo, è anche questo.

Notizia del 19/10/2009


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