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Ciad, per no aspettare più le lacrime di Dio

Emmanuel riemerge dal pozzo che sta scavando

Ciad, per non aspettare più le lacrime di Dio

Il Cesvitem scende in campo al fianco della missione di Fianga per garantire l'accesso all'acqua a 33 villaggi. Tre diverse tipologie di pozzi per non dipendere più dalle stagioni delle piogge.

Una terra polverosa, dai colori spenti nonostante il sole battente. Al centro un buco nero. Nero nel senso che il fondo non si intuisce nemmeno. Una corda che scende giù, perdendosi nell’oscurità. Attorno un vociare di uomini e il rumore di una carrucola che avvolge la corda facendola riemergere dal buio. Cinque, dieci secondi. Finché dal nero del buco si intuisce che sta arrivando qualcosa. Nemmeno il tempo di chiedersi che cosa sia che all’imboccatura del pozzo spunta un uomo, gli occhi vispi nonostante arrivi da sottoterra. “Scavare un pozzo a mano significa questo. Lavorare sottoterra, al buio, al caldo. Quasi fosse una miniera. Soltanto che invece di oro o diamanti si estrae acqua”. Don Stefano Bressan è uno dei missionari della diocesi di Treviso in servizio a Fianga, nel sud del Ciad. Una missione a cui il Cesvitem è legato da anni di collaborazione e progetti condivisi, ultimo la costruzione della stalla del Centro di formazione agricola di Gouyou. “Quella dell’acqua è una delle priorità fondamentali per il benessere della gente. Per questo abbiamo deciso di investire, anche a livello economico, in questa direzione. In lingua tupurì la pioggia viene chiamata “Baa raaghe”, ovvero “Dio piange”: l’acqua è una risorsa così preziosa da essere considerata un dono divino”.

Basta guardare il breve video girato in occasione dello scavo di un pozzo per rendersi conto di quanto difficile sia il rifornimento idrico in questo angolo d’Africa. “Lui è Emmanuel -  spiega don Stefano stoppando il filmato e indicando l’uomo appena riemerso dal pozzo -. È lui che coordina i lavori e che si cala sottoterra per le fasi più delicate. È un vero e proprio professionista: per ogni metro di scavo guadagna l’equivalente di 23 euro, una cifra importante per gli standard ciadiani. Ma sono soldi meritati: si arriva a scavare fino a venti metri di profondità. In superficie venti metri possono sembrare niente, ma sottoterra sono infiniti”.

Dal 2008 la missione di Fianga ha avviato il Progetto Pozzi, per garantire l’approvvigionamento idrico dei villaggi della zona. Ad oggi si è proceduto allo scavo manuale di 8 pozzi, alla riattivazione di altri 4 e alla realizzazione di un forage, un pozzo scavato da una ditta specializzata con l’uso di una trivella meccanica. Ma al Comitato del progetto risultano ancora depositate 33 richieste di altrettanti villaggi: d’altronde basta considerare che le quattro parrocchie della missione (Fianga, Tikem, Seré e Kupor) contano oltre 160 mila abitanti per capire che c’è ancora molto lavoro da fare.

“Ci sono tre opzioni - sottolinea don Stefano -: i pozzi scavati a mano, i forage e, ultimi arrivati, i pozzi realizzati tramite trivellazione manuale. Quest’ultima è una tecnica innovativa che stiamo sperimentando negli ultimi mesi, che unisce il basso costo ad una notevole velocità di realizzazione”. La scelta del tipo di intervento da realizzare spetta al villaggio, che contribuisce anche economicamente ai lavori: una scelta che si basa sulle esigenze della comunità e sulla natura del terreno, come spieghiamo nelle pagine dedicate al progetto (link nel box Approfondimenti). “Ad esempio - spiega don Stefano - molti villaggi preferiscono i pozzi scavati a mano, nonostante la complessità dei lavori e la mancanza di una garanzia assoluta di potabilità. Il motivo è semplice: in caso di abbassamento della falda è possibile riattivare il pozzo semplicemente approfondendo lo scavo, cosa impossibile con le altre tipologie”.

Scavi, forage, trivellazioni manuali: tre strade per un unico futuro di speranza. Senza dover sempre aspettare le lacrime dal cielo.

Notizia del 09/10/2013


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