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Mozambico: e se si ammala il gamberetto?

Mozambico: e se si ammala il gamberetto?

Allarme a Maputo per la diffusione della sindrome dei punti bianchi, che mette in pericolo la produzione dei gamberi e il 12% del Pil nazionale. E intanto il paese continua a svendere esentasse la sua ricchezza alle società estere.

Un’intera economia messa in ginocchio... da un gamberetto. Sembra una battuta, ma in Mozambico desta più di qualche preoccupazione la diffusione della “mancha branca” (sindrome dei punti bianchi, in termini tecnici iftioctiriasi), una malattia estremamente contagiosa e letale che sta colpendo gli sterminati campi marini dell’Oceano Indiano in cui cresce una delle qualità di gamberi più pregiate del mondo. Poche settimane fa si era diffusa la voce di un blocco totale delle esportazioni per il 2013, prontamente smentita dal ministro della Pesca Gabriel Muthisse: “La malattia sta colpendo gli allevamenti di tutto il mondo, con la sola esclusione dell’Australia, ma lo stato di salute dei gamberi mozambicani è buono”. In ogni caso il governo di Maputo sta correndo ai ripari, con un programma di pulizia dei bacini dove i gamberetti vengono allevati, soprattutto in vista della stagione della riproduzione.

Tanta solerzia può apparire esagerata. Ma basta dare un’occhiata ad alcuni dati economici per capire la portata del problema. Se la pesca è da sempre una delle maggiori fonti d’entrata del Mozambico, i gamberi sono una vera e propria miniera d’oro: è stato calcolato che l’esportazione in tutto il mondo di migliaia di tonnellate di questo prodotto vale da sola tra il 10 e il 12% del Pil. Una valore tra l’altro in rapida crescita, visto che nel 2006 non si andava oltre il 3%. Comprensibile quindi come il blocco della produzione e delle esportazioni possa rappresentare un dramma non solo per le centinaia di produttori, ma anche per l’intera economia nazionale.

Fa comunque impressione come una delle economie più dinamiche dell’Africa subsahariana possa dipendere da un semplice crostaceo, seppur di altissima qualità. È l’ennesima conferma delle mille contraddizioni di questo paese, che cresce a ritmi record ma che non è ancora in grado di trasformare la nuova ricchezza in benessere per la sua gente. Nulla, però, nasce dal caso: chi si arricchisce sono infatti in primis le grandi società estere, che attratte da un regime fiscale iperfavorevole investono a spron battuto nel paese.

E così, negli enormi giacimenti di carbone della provincia di Tete solo nell’ultimo biennio sono state date a compagnie straniere 112 concessioni minerarie. Similmente dal 2004 al 2009 sono stati dati in concessione 2,5 milioni di ettari di terre fertili: solo lo scorso anno 60 mila chilometri quadrati di terre agricole nelle province di Nampula, Niassa e Zambezia sono stati ceduti, a prezzi irrisori e per 50 anni, a società brasiliane, che vi produrranno soia da esportare principalmente nei mercati asiatici. Le foreste, invece, sono un “feudo” cinese, con massicce esportazioni di legname per ripagare le grandi opere pubbliche realizzate dalla Cina in giro per il paese. Per non parlare del gas: è di pochi mesi fa la scoperta da parte dell’Eni di due grandi giacimenti offshore al largo della provincia di Cabo Delgado, parte di un bacino che racchiude una riserva stimata in 1300-1400 miliardi di metri cubi e che farà del Mozambico uno dei primi produttori mondiali.

Ma cosa resta ai mozambicani di tutto questo ben di Dio? Praticamente nulla. Secondo il Supremo tribunale amministrativo, nel 2011 i megaprogetti hanno contribuito per meno dell'1% alle entrate dell'erario. Il Mozambico, in pratica, svende la sua ricchezza esentasse. Con il tacito beneplacito dei paesi occidentali che finanziano il bilancio statale, ben contenti di aprire il campo agli affari delle rispettive aziende nazionali. E alla fine bastano dei puntini bianchi su un gamberetto per far scattare l’allarme.

Notizia del 26/07/2012


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