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Caro Presidente, fermiamo le deportazioni in Libia

Foto noborder network (www.flickr.com)

Caro Presidente, fermiamo le deportazioni in Libia

L'odissea disumana di un gruppo di profughi eritrei: respinti in mare dall'Italia, deportati nel deserto, rinchiusi in un carcere libico. E ora di nuovo "liberi", con documenti temporanei in un paese che non riconosce il diritto d'asilo. L'appello di una socia del Cesvitem al Presidente Napolitano

Dal 30 giugno al 17 luglio 205 profughi eritrei sono stati detenuti in condizioni disumane nel carcere di Brak, nel deserto libico, dopo un drammatico trasferimento di oltre 12 ore all’interno di container. Non è una notizia qualsiasi, ma una macchia enorme sulla coscienza dell’Italia, corresponsabile in modo innegabile di questa situazione. Una buona metà di queste persone, infatti, negli scorsi mesi è stata vittima dei cosiddetti respingimenti in mare, bloccati nel Canale di Sicilia dalle motovedette italiane e libiche senza aver avuto la possibilità di richiedere asilo nel nostro paese, in spregio ad ogni convenzione internazionale. Uomini e donne “colpevoli” di essere fuggiti dal regime che domina il loro paese in cerca di libertà e di un futuro migliore. Uomini e donne che, pur avendone tutti i requisiti dal punto di vista umanitario e del diritto, il nostro paese non ha voluto accogliere.

Il 17 luglio queste persone sono state “liberate”: private dei loro documenti, sono uscite dal centro di detenzione con un permesso di soggiorno temporaneo valido per tre mesi, senza la possibilità di spostarsi all’interno del territorio libico e con il rischio di ritornare a breve allo stato di clandestini in un paese che non riconosce nemmeno il diritto d’asilo.

FortressEurope, osservatorio on line sulle vittime dell'immigrazione verso l'Europa, e la campagna Come un uomo sulla terra hanno lanciato un appello, invitando ad inviare una mail al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per chiedere un intervento affinché l’Italia fermi le violenze e le deportazioni in Libia. Di seguito l’accorato appello inviato da una socia del Cesvitem.

Presidente della Repubblica, Fratello d’Italia,
da giorni cerco le parole giuste per questo appello, per non far intaccare le mie frasi dalla banalità del male che sta avvolgendo questo nostro Paese. Le parole giuste non ci sono. Sono già vecchie non appena pronunciate. Sono già noiose non appena pensate. Sono già usate, svuotate, inermi.

Eppure solo le parole mi rimangono, come cittadina e come essere umano. Provo allora a raccontarle le mie sensazioni tagliando l’erba del mio giardino. Erano le 11 del mattino di sabato scorso. Il sole cadeva a picco sulla mia testa. Ho camminato avanti e indietro sotto il sole per due ore, senza un filo di vento. Schiacciata dal caldo, la testa bollente, le gambe stanche, innervosita dal sudore e dalla terra, mista a pezzi d’erba, che si attaccava alle mie gambe, ho bevuto un bicchiere d’acqua, mi sono seduta al fresco in casa, ho fatto una doccia, ho acceso il ventilatore.

Come ho fatto io quella mattina, immagini, Presidente della Repubblica, Fratello d’Italia, la situazione seguente: lo stesso sole bollente, la stessa mancanza d’aria, la stessa temperatura - anzi peggio -, lo stesso sudore, la stessa sporcizia. La moltiplichi per 100, o per 110, o addirittura 140 uomini. Immagini questi uomini, ma anche donne, bambini - soprattutto ragazzi: come me e più giovani di me che ho 29 anni - non liberi di camminare avanti e indietro in un giardino: ma chiusi in un container metallico. Immagini queste persone attraversare non un giardino di 200 metri quadri: ma il deserto del Sahara. Immagini queste persone ora dopo ora sempre più sporche, sempre più sudate, come lo ero io; le immagini, ancora, assetate, come lo ero io: ma di una sete mortale, dopo un giorno o più di viaggio in carro bestiame. Immagini queste persone costrette come sardine in una scatola di lamiera; le immagini desiderose di un po’ di sollievo, così come io desideravo una doccia: le immagini ora, innaffiate non da un getto d’acqua benevolo, ma asfissiate da un’invasione di vapore filtrato all’interno dall’acqua spruzzata sulle pareti e sul tetto di lamiera.

Ancora, immagini queste persone scendere da quel container, finalmente giunte alla meta: come me desiderose di un po’ di ombra in casa, trovano invece le pareti di un carcere. E qui, invece di un bicchiere d’acqua, di una doccia, di un ventilatore acceso, le immagini trovare sevizie, torture, stupri. E poi, innumerevoli e continue compravendite delle loro vite, ad un prezzo beffardamente evangelico di 30 dinari. Questo è solo l’inizio del loro infinito viaggio verso un futuro in cui forse, a questo punto, già non credono più. Noi, come Repubblica Italiana, ci siamo permessi di infierire ulteriormente: respingendo le loro vite, negando loro la protezione umanitaria. Prendendoci gioco di loro. Pagando tutto ciò con le nostre, le mie tasse. Per quale motivo? Economico?

Questo è ciò che accade abitualmente, con il beneplacito delle nostre coscienze addormentate di Uomini e di Istituzioni, a chi tenta di scappare dal suo Paese e prova ad attraversare la Libia per raggiungere il Mediterraneo. Sono certa che sia Lei, sia i rappresentanti del Governo e del Parlamento Italiano, siete al corrente di questa situazione. Come essere umano dotato di intelletto, ingenuamente non mi capacito di come si sia potuto annullare qualsiasi sentimento non di fratellanza - forse sarebbe chiedere troppo da questa nostra razza umana - ma di compassione. Di pietà.

Forse la pietà non appartiene alla competenza delle Istituzioni. Però io me la tengo, salda, a cementare la mia rimanente dignità di persona. E mi sale la rabbia. Perché per nessun motivo che non sia il caso io sono nata in Italia e non in Eritrea, ho potuto accendere un ventilatore invece di subire uno stupro, posso prendere un aereo e atterrare in Libia invece di vagare nell’odio e nelle torture nel tentativo di attraversare un confine. Questa rabbia deve essere delle Istituzioni. Noi cittadini abbiamo solo le parole, e il voto. Voi Istituzioni avete il potere di agire.

Presidente della Repubblica, Fratello d’Italia, aderisco all’appello di Come un uomo sulla terra e FortressEurope. Intervenga affinché la pratica dei respingimenti sia immediatamente fermata. Intervenga perché se questo toccasse ai nostri Fratelli d’Italia, saremmo già indignati. Intervenga perché noi tutti, sensibili e insensibili, abbiamo bisogno di gesti di coraggio e di giustizia, per continuare a credere che un futuro diverso sia possibile. Intervenga perché in un Paese civile una persona normale come me, che incastra due stipendi precari per riuscire a malapena a formarne uno, e neppure tutti i mesi, laureata ovviamente, che sta perdendo giorno dopo giorno la speranza in un futuro che chissà quando verrà, che ciononostante si ritiene fortunata, non dovrebbe sentirsi in colpa nel vedere un ventilatore che gira, pensando che questo la mette in una condizione di privilegiata. Intervenga e non si stanchi.

Marianna Sassano
Mirano - Venezia

Notizia del 10/07/2010


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