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Ambasse e il sogno di una nuova casa

Ambasse è il testimone del Progetto Ohacalala per “Tutti dentro”, una delle nuove formule di adesione ai nostri progetti Sad. Da grande vuole fare l'infermiere, per costruire un'abitazione tutta nuova da regalare alla mamma.

Mi chiamo Ambasse Abudo, sono nato il 10 novembre del 1997 a Monapo, una cittadina nel nord del Mozambico. Sono il sesto di nove fratelli, cinque maschi e quattro femmine. Due dei miei fratelli più grandi vivono a Nampula, un’importante città a circa 130 chilometri da Monapo: Joaquim fa il meccanico, Josè Maria l’insegnante in una scuola primaria. Mia madre si chiama Pintis, mentre mio padre Abudo è morto nel 2003 a causa di una grave forma di malaria. È mia mamma che pensa a tutto e che, in pratica mantiene l’intera famiglia. Abbiamo un piccolo appezzamento di terra da coltivare e un piccolo commercio ambulante di pane e bolinhos, quelle che voi in Italia chiamate frittelle. Noi fratelli diamo una mano, dandoci il turno sia nei campi che alla bancarella.

Le mie giornate iniziano molto presto: in casa non abbiamo l’elettricità e bisogna seguire i ritmi del sole. Mi alzo alle 6, pulisco il cortile di casa e i piatti della cena, vado a prendere l’acqua. Poi studio e preparo i compiti. Vado a scuola al turno di pomeriggio e devo essere in classe alle 12.30. Faccio quindi in tempo a preparare il pranzo e a mangiare con mia mamma e i miei fratelli. Il mio istituto, la Escola secondaria de Monapo, è a soli 800 metri da casa mia, per cui ci vado a piedi. Quando le lezioni finiscono, verso le 17.30, torno per dare una mano al banchetto di frittelle. Il sabato e la domenica, quando non c’è scuola, mi alzo ancora prima, alle 5: in questi giorni siamo tutti impegnati nei nostri campi, dove lavoriamo fino all’ora di pranzo. Al pomeriggio, finalmente, ho un po’ di tempo anche per stare con i miei amici. Quasi sempre giochiamo a calcio, il mio sport preferito. La mia squadra del cuore è lo Sporting Monapo, mentre a livello internazionale tifo per il Barcellona.

Quest’anno frequento la nona classe: oltre ad essere stato bocciato una volta, ho iniziato la scuola con un anno di ritardo. Dovevo fare la prima proprio l’anno che è morto papà, ma una volta rimasta sola mia mamma non sapeva come fare con così tanti figli. Poi ha sentito parlare di un’associazione che aiutava i bambini orfani. Così siamo entrati in contatto con Watana e io e i miei fratelli più piccoli siamo stati accolti nel progetto Ohacalala. Quest’anno nella mia classe siamo in 96: la mia materia preferita è biologia.

Da grande vorrei fare l’infermiere, per poter aiutare le persone malate. Con i miei primi risparmi vorrei costruire una nuova casa. Quella in cui viviamo oggi è, come quasi tutte le case di questa zona, una vera e propria capanna, con i muri in fango e il tetto in paglia. Non c’è pavimento e nemmeno luce, acqua, bagno. Prima o poi vorrei regalare alla mia mamma una casa vera: dopo tutto quello che ha fatto per noi è il minimo che si merita.

Notizia del 06/03/2013


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