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Il Mozambico piange il Picasso d'Africa

Il Mozambico piange il Picasso d'Africa

L'intero paese si è fermato per l'ultimo saluto a Malangatana, uno dei più grandi artisti africani contemporanei: il ricordo di un "padre della patria" e di una vita sempre al fianco del popolo

Se n’è andato il Picasso d’Africa. Il pittore della pace. Il padre del’arte mozambicana. Il Maestro. Non si è ancora spenta in Mozambico la commozione per la morte di Malangatana Ngwenya Valente, uno dei più grandi artisti africani contemporanei, deceduto all’età di 74 anni il 5 gennaio in Portogallo, dove si trovava per un’esposizione delle sue opere.

Il giorno del suo funerale, celebrato a Matalana, il suo villaggio natale, l’intero paese si è fermato, un lutto nazionale per celebrare quello che, a pieno titolo, può essere definito un padre della patria. “È difficile spiegare cosa abbia rappresentato Malangatana per noi mozambicani - spiega il rappresentante del Cesvitem Mozambico Figueiredo Rosario -. Non è stato solo un grandissimo artista, stimato e celebrato a livello internazionale grazie a mostre organizzate in tutto il mondo. È un simbolo del Mozambico moderno, la cui vita e la cui carriera si sono intrecciate in modo quasi simbiotico con le vicende del nostro paese: i giornali lo hanno definito un “baobab”, un colosso, un punto di riferimento per tutti”. Il soprannome più azzeccato di Malangatana, d’altronde, è “Picasso d’Africa”, sia per lo stile delle sue opere, sia per il coinvolgimento sociale e le denuncie contro le ingiustizie espresse attraverso la sua arte. “La sua carriera è stata una continua denuncia della guerra e di qualsiasi forma di tirannia, soprattutto tra gli anni ’50 e ’90, quando, tra la fine del dominio coloniale portoghese e la guerra civile, il Mozambico ha vissuto gli anni più drammatici della sua storia”.

Non solo artista, dunque, ma un uomo profondamente impegnato, sempre a fianco del suo popolo, al punto da essere considerato un sovversivo dal governo coloniale portoghese e da trascorrere un anno e mezzo in carcere a metà degli anni Sessanta per il suo appoggio alla lotta per l’indipendenza. “Ho visto molte cose - ricordava Malangatana - che mi hanno spinto ad introdurre nella mia vita l’attivismo politico. Ho visto i miei genitori costretti a lavorare senza cibo. Ho visto i miei zii venire puniti dalla polizia coloniale. Ho visto i miei cugini venire picchiati. Tutto ciò mi ha preparato alla vita politica”. Inevitabilmente la sua produzione artistica ha finito per camminare di pari passo con le vicende del Mozambico. Tele a tinte forti, con figure surreali di uomini e donne, dominate dal rosso fino al 1994, l’anno delle prime elezioni multipartitiche, e poi dal blu e da colori più tenui, simbolo della pace ritrovata. Per il suo impegno, nel 1975 l’Unesco lo nominò “Artista per la Pace”.

“Fino all’ultimo - sottolinea Figueiredo - le sue opere hanno continuato ad infondere coscienza al nostro popolo. Un amore ricambiato in modo forte, spontaneo da tutti i mozambicani. Era nato da una famiglia molto povera, ma nonostante la fama raggiunta non ha mai abbandonato il paese, né dimenticato le sue radici: non a caso ha voluto essere sepolto dove è nato, un umile villaggio di campagna”. A Maputo la sua casa-museo era sempre aperta. A Matalana aveva creato un centro culturale per promuovere i giovani artisti, interpretando l’arte come un’occasione di riscatto, esattamente come era successo a lui. “Ma per capire chi era il Maestro bastava andare vicino alla sua casa, nel bairro Aeroporto, alla domenica mattina. Era sempre lì, con i bambini del quartiere, per la sua Escolinha, i laboratori spontanei con cui insegnava a fare arte sbizzarrendo la fantasia con ingredienti poveri come sabbia, sassi, foglie. L’artista famoso in tutto il mondo circondato da bambini poveri: questo era Malangatana”.

Notizia del 25/01/2011


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