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Il piatto piange, il mondo a fame

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Il piatto piange, il mondo ha fame

Secondo la Fao il numero di affamati nel mondo ha superato quota un miliardo: eppure il potenziale produttivo del pianeta potrebbe sfamare 12 miliardi di persone. Le testimonianze dal Sud dei nostri rappresentanti e partner

Come ogni anno, il 16 ottobre è stata celebrata la Giornata mondiale dell’Alimentazione. Ma, mai come in questo 2009, da celebrare c’è stato ben poco. I piatti del mondo sono sempre più vuoti e, come spiegato dalla Fao, il numero degli affamati è salito di ulteriori 100 milioni, attestandosi ad un livello drammaticamente record: oltre un miliardo, pari ad un sesto della popolazione mondiale. E pensare che al Summit mondiale dell’Alimentazione tenutosi a Roma nel 1996, i governi di tutti i paesi si assunsero l’impegno di dimezzare in vent’anni il numero di persone che soffrivano la fame, allora stimato in 800 milioni. Una promessa che, a tredici anni di distanza, suona come una beffa.

Le cause di questa situazione sono molteplici: l’incrociarsi di crisi economiche, finanziarie ed energetiche (si pensi solo all’impennata dei prezzi dei beni alimentari registrata in tutto il mondo nel 2007-2008); i cambiamenti climatici; le fallimentari politiche iper liberiste dell’Organizzazione mondiale del commercio. Ma gridano vendetta le stime della Fao, secondo cui con l’attuale potenziale produttivo del nostro pianeta potrebbero essere sfamati 12 miliardi di persone. Il problema è che dei 2,2 miliardi di tonnellate di cereali prodotte nel mondo, meno di un miliardo è diretto al consumo umano. 777 milioni finiscono nelle mangiatoie degli animali, 410 in usi industriali, agrocarburanti in primis. Senza contare gli sprechi domestici, che nei paesi occidentali arrivano anche ad un terzo della nostra spesa alimentare. È evidente dunque che ci sono molte cose che non funzionano, a tutti i livelli.

Nel Sud del mondo tutto questo si traduce in una sola parola: fame. “Siamo molto preoccupati – spiega da Maputo il neo rappresentante del Cesvitem in Mozambico Figueiredo Rosario -. Il Pam (Programma alimentare mondiale), da cui dipendono le distribuzioni alimentari nell’ambito dei nostri progetti, ha visto ridursi a causa della crisi i fondi disponibili, per cui per ora può garantire le forniture solo fino a novembre. Un’eventuale interruzione a Maputo avrebbe effetti disastrosi. Nelle periferie la gente non ha terra da coltivare. Senza contare le famiglie di orfani da Aids, composte solo da bambini e ragazzi, che difficilmente hanno i mezzi per procurarsi cibo a sufficienza”.

“Nelle zone rurali - aggiunge da Monapo, nel nord del paese, Adolfo Saquina, presidente di Watana - assistiamo a carestie sempre più frequenti. L’anno scolastico in Mozambico inizia a febbraio, giusto sul finire della stagione secca, la più difficile dal punto di vista alimentare. Nel 2009 nelle prime settimane di scuola si registrava un numero altissimo di assenze, bambini e ragazzi costretti a lavorare per dare un contributo minimo per sfamare le proprie famiglie. Molti poi si vergognano di tornare in classe con uno o due mesi di ritardo, e così perdono l’interno anno. E per il 2010 le previsioni non sono molto migliori”.

“Il Perù - spiega Attilio Salviato, rappresentante del Cesvitem a Trujillo - è uno dei dieci paesi al mondo classificati come “megadiversificati”, vale a dire a maggior diversità bioalimentare: qui si coltivano o si allevano oltre tremila specie commestibili. Trujillo stessa è circondata da enormi coltivazioni di asparagi, che finiscono in gran parte sulle tavole europee. Eppure secondo il Pam il 42% dei peruviani presenta un deficit calorico, a causa dell’impossibilità di procurarsi una quantità adeguata di cibo. E il 24% dei bambini sotto i cinque anni soffre di denutrizione. Non a caso quello sul fronte alimentare è uno dei nostri impegni maggiori: solo nel 2008 le mense sostenute dal progetto di sostegno a distanza Pininos hanno distribuito 285 mila pasti”.

Notizia del 19/10/2009


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