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Voci dal Ciad, il paese che non c'è

Don Giulio con un alunno della scuola Kolyang

Voci dal Ciad, il paese che non c'è

Intervista a don Giulio Zanotto, dal 2000 missionario a Fianga: le difficoltà di un popolo ormai disilluso anche dal petrolio

”Ogni volta che torno in Italia ho la netta sensazione di arrivare da un paese che non esiste. Nessuno sa niente del Ciad, neanche in internet”. Don Giulio Zanotto, dal 2000 missionario a Fianga, nella regione sudoccidentale del Ciad, la scorsa estate è rientrato in Italia per alcune settimane. Un occasione per fare il punto della situazione, prima di tornare tra i suoi parrocchiani “nel paese che non c’è”. “Solo se i ribelli mettono a fuoco la capitale N’Djamena, come è successo l’anno scorso, c’è qualcuno che si prende la briga di raccontare come stanno le cose. Ma restano voci isolate. Per il resto niente: il Ciad e il popolo ciadiano non esistono”. Anche il grande sogno del petrolio comincia a mostrare tutti i suoi limiti. “L’esportazione è cominciata ormai cinque anni fa, nel 2004. Ma la gente comune, nonostante le aspettative inziali, finora ne ha goduto ben poco”. Da qui l’importanza di progetti dal basso, ideati con la gente e per la gente, come il potenziamento del Centro di formazione agricola del villaggio di Gouyou, a cui partecipa anche il Cesvitem.

Dopo gli scontri dell’anno scorso, com’è ora la situazione?
Siamo in uno stato di perenne instabilità, soprattutto nelle regioni dell’est, dove l’affermazione di movimenti ribelli oppositori del presidente Deby (in carica dal 1990, ndr) si somma alla presenza di centinaia di migliaia di profughi provenienti dal Darfur. La struttura statale è così rarefatta che da un momento all’altro i ribelli possono prendere le loro jeep, attraversare in due giorni tutto il paese da est a ovest e attaccare la capitale, come è successo nel 2006 e nel 2008.

A Fianga com’è vissuto questo stato di cose?
Noi siamo nel sud, vicino al confine con il Camerun, in una zona fortunatamente mai interessata dagli scontri. Ma questa perenne instabilità si traduce, anche qui, in mancato sviluppo. La sanità e l’educazione sono fermi a dieci, vent’anni fa. C’era la speranza del petrolio, ma dall’inzio delle estrazioni è cambiato poco o nulla.

Di conseguenza…
Di conseguenza la scuola è ancora a livelli molto arretrati: gli insegnati hanno stipendi da fame, le classi sono composte anche da cento alunni, i ragazzi, anche al liceo, faticano ad esprimersi in francese. Di conseguenza tra settembre e ottobre, nell’intermezzo tra i due raccolti agricoli, continuiamo ad assistere ad un impennata impressionante della mortalità infantile: bambini letteralmente svuotati dalla denutrizione, con la malaria a dare quasi sempre il colpo di grazia.

Ma la gente come reagisce a questa realtà?
Spesso andandosene a cercare fortuna altrove. Fianga è in una zona rurale sovrappopolata, dove i terreni, anche per le tecniche agricole arretrate, non sono in grado di soddisfare  la domanda di cibo. E così i giovani emigrano. Il problema è che qui ci ritroviamo con villaggi di vecchi e bambini, privi delle risorse umane e intellettuali necessarie per lo sviluppo.

Il testo completo dell’intervista a don Giulio sarà pubblicato nel prossimo numero de Il Girotondo.

Notizia del 19/10/2009


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