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Gli indios peruviani a difesa della foresta

Un momento degli scontri tra indios e polizia

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Perù: per ora vincono gli indios

Dopo gli scontri di inizio giugno, il Parlamento peruviano sospende le nuove leggi per lo sfruttamento della foresta amazzonica

Per ora hanno vinto gli indios. Dopo una lunga protesta, iniziata già ad aprile e sfociata nelle scorse settimane in una sanguinosa repressione da parte della polizia, il Parlamento peruviano ha dovuto sospendere le cosiddette “leyes de la selva”, due dei decreti legislativi che sanciscono l’adesione del Perù al Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti. Il motivo del contendere è molto semplice: secondo le organizzazioni indigene, la nuova legislazione autorizzerebbe la vendita ai privati delle terre che lo Stato negli anni ’70 restituì ai nativi. A rischio il 60% delle terre amazzoniche, per un totale di 45 milioni di ettari di superficie boschiva estremamente ricchi di risorse naturali, in primis petrolio, gas e acqua. Risorse che, in pratica, finirebbero in mano alle multinazionali straniere che già oggi, in Perù, detengono la leadership in quasi tutti i campi dell'economia di mercato.

"Questa è la nostra terra, la nostra cultura, la nostra identità. Per noi questi territori hanno un valore spirituale. Per il mercato, invece, queste terre hanno un'importanza commerciale negoziabile" affermano i rappresentanti di una sessantina di tribù, che per mesi hanno portato avanti manifestazioni di protesta quotidiane e assolutamente pacifiche. Fino a quando, nei primi giorni di giugno, la polizia è intervenuta con mano pesante, suscitando le proteste delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Il bilancio finale è stato estremamente pesante, con 52 morti tra manifestanti e agenti.

Di fronte a questa esplosione di violenza, il Congresso ha deciso di sospendere i due decreti più contestati, il 1064 e il 1090, per almeno 90 giorni. Il primo ministro Yehude Simon si è dimesso, dopo aver chiesto pubblicamente “un milione di volte perdono” per gli scontri. Ma la protesta sembra solo sopita: il dibattito parlamentare ha infatti deluso i rappresentanti indigeni, che chiedevano la cancellazione definitiva delle “leyes de la selva”. E le associazioni per i diritti umani già contestano le modalità con cui si stanno svolgendo le indagini sugli sanguinosi scontri tra polizia e manifestanti. Così la paura che il conflitto sociale possa ulteriormente degenerare non è ancora passata.

Il Cesvitem, attraverso il Cipsi, aderisce all’appello congiunto Italia-Spagna-Germania a sostegno della mobilitazione della popolazione indigena del Perù e contro lo sfruttamento della foresta amazzonica. Le associazioni e gli enti aderenti esprimono la propria vicinanza e solidarietà ai nativi, impegnandosi a denunciare alle competenti autorità politiche e giudiziarie nazionali e internazionali ogni violazione dei diritti umani, che riguardi intere popolazioni o singoli soggetti impegnati nella protesta e promettono di monitorare l’evolversi della situazione, diffondendone notizia all’opinione pubblica mondiale, attraverso la stampa e i media nazionali e stranieri.

Notizia del 19/06/2009


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