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Il Mozambico sull'orlo del precipizio

Tutti in strada per la pace

Il Mozambico sull'orlo del precipizio

Scontri armati, rapimenti, morti: dopo vent'anni di pace la crescente tensione tra Frelimo e Renamo riporta indietro le lancette della storia.

Venti di guerra dopo venti anni di pace. Un gioco di parole, ma in realtà da scherzare c’è ben poco. Nelle ultime settimane la tensione in Mozambico è salita alle stelle, riportando indietro le lancette della storia. Indietro fino agli anni bui della guerra civile che per quindici anni ha insanguinato il paese dalla fine degli anni Settanta al 1992, quando a Roma vennerofirmati gli accordi di pace tra Frelimo e Renamo.

“Il pretesto della crisi - spiega da Maputo Figueiredo Newala, rappresentante del Cesvitem in Mozambico - è proprio un punto degli accordi di Roma, che prevedeva un unico esercito nazionale che riunisse gli ex-guerriglieri di entrambe le parti. In sostanza però i combattenti Renamo sono stati costantemente discriminati in termini di salari e carriera e il risultato a detta di molti è un esercito partitico più che nazionale. Lo stesso vale per la polizia, di cui la gente si fida sempre meno. È notizia di questi giorni l’arresto di una banda di poliziotti implicata nei numerosi casi di rapimento che si stanno verificando in queste settimane”. Proprio il rifiuto della Renamo di sciogliere definitivamente la proprie milizie ha scatenato la reazione del governo, culminato in un attacco alla base di Gorongosa, nella provincia di Sofala, dove dall’anno scorso si era rifugiato il leader storico dell’opposizione, Afonso Dhlakama. Dhlakama è uscito illeso, ma tanto è bastato per spingere la Renamo a dichiarare sciolti gli accordi di Roma e a boicottare le elezioni amministrative di fine novembre. 

Ma quello sull’esercito è solo l’ultimo dei motivi d’attrito. Pur essendo formalmente il Mozambico una democrazia multipartitica, con regolari tornate elettorali, il Frelimo è ininterrottamente al potere dal 1974, anno dell’indipendenza dal Portogallo. Dalla presidenza della repubblica in giù, gli uomini del Frelimo occupano tutte le posizioni chiave dell’apparato statale. “È un blocco di potere monolitico, che esclude dal punto di vista sociale ed economico qualsiasi altra fazione. Chi è all’opposizione non ha nessuna possibilità di far valere le proprie ragioni”.

Tutte tensioni che, da ottobre, sono sfociate in scontri armati in varie aree del paese. “Siamo in uno stato di guerra non dichiarata. Tra il fiume Save e la località di Inchope è stato vietato il transito lungo la Estrada Nacional 1, la più importante strada del Mozambico che collega il nord e il sud del paese. Da Maputo è praticamente impossibile raggiungere le province settentrionali via terra. Nelle zone in cui gli scontri sono più intensi la gente comincia ad abbandonare terrorizzata i villaggi. Tutte scene che avevamo già visto durante la guerra civile e che davvero credevamo di non rivivere più”.

Come comprensibile, la preoccupazione tra la gente sale giorno dopo giorno. “Nonostante gli scontri armati siano concentrati nelle province centrali, anche qui a Maputo viviamo in un clima di insicurezza sempre più forte. La gente ha paura, ma è anche molto arrabbiata e delusa con il governo che non mettono un freno a questa situazione. Alcune multinazionali del settore minerario hanno già consigliato ai loro collaboratori presenti in Mozambico di lasciare il paese”. La reazione della società civile è un chiaro no alla guerra: il 31 ottobre oltre decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Maputo e nelle principali città del paese.

Sullo sfondo restano le immense ricchezze minerarie scoperte negli ultimi anni. Qualcuno osserva che proprio questo alla fine potrebbe mettere d’accordo le parti in lotta. Nessuno, in questo momento, ha interesse a creare un clima di tensione tale da far fuggire gli investitori stranieri. “Siamo in un momento decisivo  - conclude Figueiredo -. Il guadagno derivante dallo sfruttamento di queste risorse deve essere utilizzato a favore di tutti, per far uscire la maggioranza dei mozambicani dallo stato di povertà in cui vivono. In caso contrario, se ad arricchirsi saranno ancora i soliti noti, correremo davvero il rischio di una nuova guerra civile”.

Notizia del 10/11/2013


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