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Dal Ruanda al Mozambico, la lunga strada di Anathalie

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Dal Ruanda al Mozambico, la lunga strada di Anathalie

La coordinatrice del progetto Ntwanano racconta la sua vita e il suo lavoro con i bambini e i ragazzi delle periferie di Maputo.

C’è chi dice che l’Africa cammina con i piedi delle donne. Se è così con i piedi di Anathalie Musabyemariya l’Africa di strada ne ha fatta davvero tanta. Anathalie è la coordinatrice di Ntwanano, il più longevo tra i progetti di sostegno a distanza promossi dal Cesvitem nel Sud del mondo. Vive e lavora a Maputo, in Mozambico, ma il suo cognome “tradisce” una storia che parte da molto più lontano. “Sono nata in Ruanda 48 anni fa - racconta - e ci ho vissuto con la mia famiglia fino al 13 aprile 1994: quel giorno dovetti abbandonare in tutta fretta la mia casa a Kigali, la capitale. Da una settimana infuriava la guerra civile che nel giro di pochi mesi avrebbe insanguinato la mia terra con il massacro di oltre un milione di persone. Scappai abbandonando tutto, i ricordi e gli oggetti di una vita intera, senza poter portare con me nulla”.

Anathalie, con il marito e i figli ancora piccoli, si rifugiò prima nella Repubblica Democratica del Congo, poi in Tanzania e da lì, a fine 1996, in Mozambico. “Furono anni molto duri, senza radici. Ma noi ruandesi siamo un popolo pellegrino, la precarietà è inscritta nel nostro dna. Alla fine con mio marito decidemmo di stabilirci in Mozambico, confidando che i mozambicani ci avrebbe compreso e accolto, visto che pure loro erano appena usciti da una lunga guerra civile. Effettivamente è andata così. Non sono più tornata in Ruanda. Ora la mia casa è a Maputo”.

A Maputo la vita di Anathalie ebbe un nuovo inizio. Nel 1998 venne assunta come operatrice sociale da Kulima, una delle più importanti ong mozambicane. “Mi fu affidato il primo gruppo di beneficiari di Ntwanano. Per me era una grande sfida, perché non avevo mai svolto un lavoro simile e perché non conoscevo bene né il portoghese né lo shangana, la lingua tradizionale largamente parlata nelle periferie di Maputo. Eppure riuscivo ad intendermi sia con i bambini che con le loro famiglie, andando oltre le barriere linguistiche. Capii che quella era la mia strada”. Da allora, dal punto di vista professionale, Anthalie non hai smesso di crescere. Prima coordinatrice di Ntwanano, poi delegata per tutti i progetti di Kulima a Maputo, infine vice presidente della Rede da Criança, un coordinamento che riunisce 147 associazioni che lavorano in Mozambico a favore dei bambini in condizioni di disagio socioeconomico.

“Coordinare un progetto come Ntwanano è un grosso impegno. Richiede dedizione e molto tempo. Ma quando una nuova famiglia entra nel progetto, non riesco a tirarmi indietro: rivedo il mio peregrinare in giro per l’Africa, dopo aver lasciato il Ruanda, e mi sento in dovere di comportarmi nei loro confronti come tutte le persone che hanno sostenuto la mia famiglia”. E alla fine quanto ricevi è spesso più di quanto dai. “L’ho capito quando ho perso mio marito. Pensavo che non sarei più riuscita a prendere la vita con lo spirito di sempre, ma la grande famiglia di Ntwanano mi ha dato la forza di andare avanti. Tutti si sono stretti intorno a me. I miei colleghi. Le famiglie dei beneficiari. E soprattutto i bambini, che entravano tutti i giorni al Centro Ntwanano per salutarmi, per chiedermi come stavo o anche solo per regalarmi un sorriso grande così. Mi chiamano “zia”, ma per me è come se fossero tutti figli miei”.

Il fatto di essere donna ha sempre rappresentato per Anathalie una marcia in più. “Mi considero una persona solida, che mette molta dedizione in tutto quello che fa e che ha un forte senso di servizio verso gli altri. In Mozambico ho trovato le condizioni ideali per valorizzare le mie capacità. In questo paese le donne hanno il posto che meritano”. Una situazione che si riflette anche nel quotidiano, tra la polvere delle periferie di Maputo. “Nel mio lavoro i contatti più frequenti sono con le donne, con le madri Sono loro che accompagnano i figli a scuola, che tengono i contatti con il progetto. Sono loro la spina dorsale delle famiglie, che si preoccupano per il futuro dei bambini e fanno ogni tipo di lavoro e di sforzo per mantenerli il meglio possibile”.

La versione completa della testimonianza di Anathalie sarà pubblicata sul nuovo numero del Girotondo, in uscita a dicembre.

Notizia del 28/11/2011


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