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Dall’Italia al Perù per costruire relazioni

Intervista ad Attilio Salviato, dal 2004 rappresentante del Cesvitem a Trujillo: dall’impatto con la realtà peruviana alle idee per il futuro dei nostri progetti.

“Gli altri costruiscono strutture, noi del Cesvitem Perù costruiamo relazioni. Per dare a tutti la possibilità di realizzare il proprio potenziale”. Attilio Sante Salviato dal 2004 è il rappresentante del Cesvitem a Trujillo. Originario di Arino, un paese dell’entroterra veneziano, è l’unico italiano tra gli operatori della nostra associazione nel Sud del mondo. O meglio, italo peruviano, visto che in questi sette anni ha messo su famiglia e le sue radici affondano ormai in Sudamerica. Il suo è dunque un punto di vista assolutamente originale, la concretizzazione di quel ponte tra culture e popoli che da sempre è l’obiettivo del Cesvitem. A ottobre Attilio, con i figli e la moglie Monica, è stato in Italia per un periodo di riposo: ecco cosa ci ha raccontato.

Dalla provincia di Venezia a Trujillo. Quali sono state le tappe del tuo viaggio?
È stato un lungo percorso, fatto di esperienze, incontri, corsi di formazione. Ho sempre avuto dentro una passione per il mondo, un desiderio di andare, conoscere. Ho viaggiato molto, dall’Africa al Sudamerica. Nei primi anni ’90, gli anni della guerra in Jugoslavia, con gli amici della parrocchia capimmo che, davanti ai problemi del mondo, non potevamo fare finta di nulla. Rimettemmo in moto una vecchia cooperativa per la vendita del latte, da anni era inattiva, convertendola al commercio equo e solidale. Ma nonostante tutto non mi sentivo in pace, sentivo il desiderio di una scelta più radicale. Quando nel 2003 il Cesvitem mi propose di andare in Perù capii che la mia vita era ad una svolta.

Proviamo a spiegare il Perù agli italiani, andando oltre alla tradizionale immagine turistica?
Semplificando possiamo dire che i peruviani hanno gli stessi bisogni, materiali e relazionali, che hanno gli italiani. Soltanto che in Perù questi bisogni restano in gran parte insoddisfatti, a causa di una mancanza pressoché totale di solidarietà, interna ed esterna. Interna nel senso che non c’è traccia di stato sociale o di equità. Esterna nel senso che le risorse del paese sono preda delle multinazionali estere, che trattengono tutta la ricchezza creata lasciando alla gente di qui solo gocce infinitesimali.

In questo quadro qual è il ruolo del Cesvitem?
Siamo un ente privato che supplisce alle carenze del pubblico, erogando una grande quantità di servizi a livello educativo, sanitario, sociale. È questa la nostra particolarità: le altre ong presenti a Trujillo e in Perù costruiscono prevalentemente strutture, noi costruiamo relazioni con le persone. È un lavoro più difficile, che richiede un grande investimento, economico e di energie, e i cui risultati si possono vedere solo a lungo termine. Ma siamo convinti che questo rapporto il più possibile personalizzato con i beneficiari dei nostri progetti sia la chiave per rendere più efficace il nostro aiuto. Cerchiamo di dare a tutti le stesse opportunità di partenza, di dare a tutti i bambini l’occasione di esprimere le loro potenzialità. Certo alcuni, i più bravi, fanno più strada, accedendo alle borse di studio secondarie e universitarie. Ma nessuno viene lasciato indietro.

Al di là dell’sostegno economico, cosa possiamo dare noi al Perù?
C’è bisogno di un osmosi culturale, di aiutare i peruviani, anche attraverso una contaminazione di idee, ad aprirsi verso un futuro vero. Mi spiego: qui, a livello di obiettivi nazionali e di dibattito pubblico, siamo costantemente cinque-dieci anni indietro. Oggi si parla di investimenti per satelliti, per l’esercito, per le centrali nucleari, tutte cose che il mondo “avanzato” comincia fortunatamente a vedere come qualcosa del passato. In compenso non si parla di difesa dell’Amazzonia o di energie alternative, temi da cui dipende il futuro non solo del Perù, ma di tutta l’umanità.

Cosa sogni per il futuro dei tuoi figli?
Un po’ quello che spero per tutti i bambini e i ragazzi dei nostri progetti: che abbiano la possibilità e il desiderio di studiare. Ma per i miei figli sogno soprattutto che siano davvero multietnici, e non solo perché il loro sangue è un misto italo-peruviano. Che seguano la loro strada, ma che siano sempre cittadini del mondo, aperti all’incontro e al dialogo con tutti.  

L’intervista completa sarà pubblicata sul prossimo numero del Girotondo, in uscita a dicembre.

Notizia del 11/11/2011


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