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Machel, il Mozambico che poteva essere e che non è

Machel, il Mozambico che poteva essere e che non è

Venticinque anni moriva in un misterioso incidente aereo il primo presidente mozambicano: un intero popolo lo ricorda, tra retorica e nostalgia. Perché "a luta continua".

Nelle scorse settimane il Mozambico ha celebrato il venticinquesimo anniversario della morte del suo primo presidente, Samora Machel, morto il 19 ottobre 1986 in un incidente aereo dai contorni ancora misteriosi. Sono passati venticinque anni, ma il mito di Machel è più vivo che mai. “Siamo una nazione giovane - conferma da Maputo il rappresentante del Cesvitem Figueiredo Rosario -, la lotta per l’indipendenza dal Portogallo è ancora viva nella memoria collettiva. E il presidente Machel incarnava in sé, nelle proprie idee, nei propri gesti tutte le tappe di quella lotta. Era un mito già in vita, la sua scomparsa prematura l’ho ha trasformato per sempre in un’icona del Mozambico”.

Fu proprio lui, il 25 luglio 1975, a proclamare la nascita della repubblica mozambicana nella grande piazza davanti alla cattedrale di Maputo, da allora ribattezzata Piazza dell’Indipendenza. Quella stessa piazza dove da qualche settimana fa mostra di sé un’enorme statua di Machel donata dalla Corea del Nord: nove metri di marmo, più tre di basamento, per quasi cinque tonnellate di peso. “Una delle più imponenti statue dell’Africa australe”, rilanciano con orgoglio i giornali mozambicani.

Chissà se tutto questo culto della personalità sarebbe piaciuto a Machel. Chissà, soprattutto, se gli sarebbe piaciuta la cornice in cui viene celebrato oggi il suo ricordo. Il Mozambico di oggi è probabilmente molto diverso da quello che sognava. Cosa penserebbe, lui che prima di divenire uno dei leader della lotta per l’indipendenza aveva lavorato come infermiere, di un paese che, secondo le statistiche più recenti, conta appena 1.042 medici, uno ogni 22 mila persone? Di un paese dove 300 mila bambini non vanno a scuola e altri 700 mila fanno lezione all’aperto per la mancanza di scuole, proprio lui che aveva fatto della “nazionalizzazione dell’educazione” uno dei punti cardine del suo agire politico? “No - afferma Figueiredo -, difficilmente Samora Machel sarebbe stato orgoglioso di questo paese, di quello che è diventato. Ma forse la spiegazione del suo incrollabile mito  sta proprio qui. Machel rappresenta l’ideale, il sogno. Il Mozambico che avrebbe potuto essere e che invece, almeno per ora, non è stato”.

Non a caso il mito ha le sue radici più forti proprio tra la gente, in un misto di orgoglio e di nostalgia. “Ancor oggi - racconta Figueiredo - sulle bancarelle dei mercati di Maputo è normale vedere in vendita le cassette con i discorsi più celebri di Machel. Spesso chi le compra sono ragazzi giovanissimi, che nel 1986 dovevano ancora nascere e che conoscono il presidente solo dai racconti dei loro genitori. È vero che non tutti i suoi progetti ebbero un esito felice. Ma la sua spinta ideale verso la giustizia e il benessere condiviso rappresenta ancor oggi un fortissimo richiamo in un paese dove il 50 per cento dei giovani è disoccupato e dove più di metà della popolazione vive sotto la linea nazionale di povertà”.

Al di là delle contraddizioni e dei chiaroscuri, inevitabili per chi ha vissuto da protagonista assoluto una fase storica, prima con l’indipendenza poi con la guerra civile, drammaticamente sanguinosa, resta una fondamentale eredità, ideale e morale. Un’eredità perfettamente riassunta in quel motto che lo stesso Machel trasformò nel suo personalissimo saluto: “a luta continua”, “la lotta continua”. “Non saremo il paese che il presidente Samora sperava - conclude Figueiredo -, ma proprio per questo il modo migliore per onorare il suo ricordo è continuare a lottare per un domani migliore”.

Notizia del 26/10/2011


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