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La speculazione affama il mondo

I documenti pubblicati in occasione della Giornata mondiale dell'Alimentazione puntano l'indice contro la volatilità dei prezzi dei beni alimentari: un pugno di investitori si sta arricchendo sulle spalle dei poveri.

La speculazione affama il mondo. La Giornata mondiale dell’Alimentazione (16 ottobre) è stata anche quest’anno l’occasione per fare il punto sulla stato della sicurezza alimentare. E mai come quest’anno l’indice è stato puntato sulla volatilità dei prezzi provocata dalle vergognose manovre finanziare sui beni di prima necessità. Come afferma l’ambientalista indiana Vandana Shiva “non si era mai verificato nella storia che le società permettessero ad un manipolo di investitori di farla franca rubando il pane alla povera gente. Per l’investitore prezzi crescenti degli alimenti significano denaro, per il povero prezzi crescenti degli alimenti significano fame”.

Tutto nasce dalla grande crisi dei mutui del 2008, che ha spinto i grandi investitori ad abbandonare il mercato immobiliare per tuffarsi nel business degli alimenti. Un campo fino ad allora vergine, ma che ha portato a super profitti tramite il meccanismo dei futures, in pratica una scommessa sul valore futuro delle derrate alimentari che ha drogato i mercati con rialzi esorbitanti. Rialzi ben superiori a quelli determinati da fattori “naturali” come i cambiamenti climatici o l’aumento della popolazione mondale. E così, se nel 2009 i prezzi dei beni di prima necessità avevano subito una brusca frenata, nel biennio 2010-2011 hanno ripreso a salire rapidamente, stabilizzandosi, secondo la Fao, solo negli ultimi mesi.

Tutti i documenti pubblicati in occasione del 16 ottobre sono concordi nel rilanciare l’allarme fame. Secondo l’Indice globale della fame 2011, stilato fin dal 1990 dall'International Food Policy Research Institute, ventisei paesi, di cui 19 africani, presentano ancora livelli di fame estremamente allarmanti. L’indice, calcolato sulla base di tre parametri (percentuale di persone denutrite, percentuale di bimbi tra i 0 e i 5 anni sottopeso e tasso di mortalità infantile), negli ultimi vent’anni è calato in Africa subsahariana solo del 18%, contro il 44% dell’America Latina, il 39% del Nord Africa e il 25% dell’Asia. A fronte di un paese come il Ghana che ha registrato un miglioramento del 59%, la Repubblica Democratica del Congo ha avuto un peggioramento del 63%. Senza contare che i tempi di raccolta ed elaborazione dei dati non hanno permesso di tener conto della situazione del Corno d’Africa, vittima in questi mesi di una terribile carestia che ha coinvolto più di 10 milioni di persone.

Sulla stessa linea l’annuale Rapporto sull’insicurezza alimentare curato da Fao, Pam e Ifad, secondo cui “i più a rischio restano i piccoli paesi, dipendenti dalle importazioni, specialmente quelli africani” e “i piccoli contadini e i consumatori poveri saranno i soggetti più vulnerabili alla volatilità dei prezzi e più esposti alla povertà”. Milioni di persone stanno ancora pagando le conseguenze della crisi alimentare ed economica del 2006-2008, a dimostrazione di come l’instabilità dei prezzi rischia di vanificare decenni di progressi nella lotta alla fame. “L’Obiettivo del Millennio di dimezzare per il 2015 il numero delle persone che soffrono la fame è sempre più a rischio - sottolinea il direttore della Fao Jacques Diouf -. Ma anche se l'obiettivo venisse raggiunto, nei Paesi in via di sviluppo rimarrebbero comunque circa 600 milioni di persone sottonutrite e questo non è accettabile”.

Notizia del 20/10/2011


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