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Il Perù ha scelto: una scommessa chiamata Humala

Ollanta Humala festeggia la vittoria

Il Perù ha scelto: una scommessa chiamata Humala

L'ex tenente colonnello è il 101° presidente della storia del paese: un politico dal passato non limpido chiamato a costruire un futuro di giustizia. Magari guardando al Brasile. Di Attilio Sante Salviato

Il Perù ha eletto il suo nuovo presidente, il 101° della sua storia. È l’ex tenente-colonnello Ollanta Moises Humala Tasso, che dopo la sconfitta del 2006 e dopo essere stato per anni descritto come lo spettro del male, è improvvisamente sbocciato come il paladino della democrazia, contro tutte le previsioni e i sondaggi.

Per soli tre punti percentuali, l’ha spuntata al ballottaggio su Keiko Fujimori, figlia del noto dittatore degli anni novanta, che forse. vista la idiosincrasia machista di questo paese, ha pagato di più l’essere donna che non la scomoda parentela. Parentele scomode che, peraltro, toccano anche il neopresidente: suo padre è il fondatore del movimento etnocacerista, la cui filosofia è stato da più parti accusata di razzismo se non addirittura di nazismo; suo fratello Antauro, invece, fu protagonista nel 2004 di un tentativo di colpo di stato. “È come scegliere tra il cancro e l’Aids”, commentò il premio Nobel Mario Vargas Llosa all’indomani del primo turno delle presidenziali, che aveva messo fuori gioco i candidati più moderati e lanciato verso la sfida finale le due personalità più radicali.  E anche la campagna per il ballottaggio si è giocata tutta qui. Nessun programma, nessun progetto o visione da statista, ma una continua guerra mediatica sulla bassezza dei crimini commessi negli anni passati dall’entourage dell’uno o dell’altro candidato.

Ma la chiave di lettura di queste elezioni non è nel passato. Negli ultimi sette anni di grande crescita economica, il paese non è cresciuto in modo omogenea. Solo sulla costa, dominata dalla razza bianca, si sono costruiti imperi economici di modello occidentale, con l’ammodernamento delle città, delle strutture portuali, della agricoltura intensiva da esportazione. Le altre zone e i loro abitanti sono state dimenticate. La sierra, la zona brulla e dai forti contrasti climatici e fisici che da sola comunque produce il fabbisogno alimentare nazionale. E la selva, quella Amazzonia che tutti conosciamo come il polmone del mondo, invasa dall’esercito per proteggere i grandi depredatori di risorse naturali. È da questo contrasto che nascono i massicci flussi migratori interni, masse disperate di popolazione che fanno scoppiare le periferie delle città costiere. Ed è qui che molti vedono l’origine del successo di Humala, che, pur perdendo nettamente nella capitale Lima, ha avuto un forte bacino elettorale proprio nei dipartimenti della sierra e della selva.

Per una nazione che non c’é si é votato un candidato nazionalista. Per un paese dominato dai soprusi e dalla corruzione si é votato un candidato ex militare che garantisce un ordine di ferro. Per una classe povera e disperata che ha visto passare dittature di destra e di sinistra, fino alla dittatura iperliberista, si è votato il candidato che promette il riscatto, l’autosufficienza e la liberazione dagli interessi stranieri. Ha vinto il candidato che forse meglio ha saputo interpretare quest’epoca fatta di comunicatori e slogan, che ha visto sparire i partiti e trionfare il populismo, le promesse di tutto a tutti.

Difficile fare pronostici per il futuro. Humala sembra voler abbandonare le posizioni più radicali, il suo punto di riferimento non è più il Venezuela del caudillo Chavez, ma il Brasile di Lula, l’idea di un capitalismo dal volto umano da cui sta nascendo una nuova potenza planetaria. Per ora è solo un sogno, come quello di un Perù riappacificato socialmente, di un Perù amico di tutte le nazioni perché costituito da tante nazionalità e razze diverse. È questa la vera sfida del nuovo presidente.

Notizia del 20/06/2011


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