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Lucy Wanjiru

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Addio Lucy, coraggiosa guerriera

Ha lottato fino all’ultimo con tutte le sue forze, proprio come una guerriera. Ma alla fine, nonostante tutto, anche lei ha dovuto arrendersi ad un nemico invisibile e invincibile, la malattia. Lo scorso 22 ottobre si è spenta a Mugunda Lucy Wanjiru, fondatrice assieme a don Romano Filippi del Mufoa, i Mugunda fighters of Aids, i combattenti di Mugunda contro l’Aids. Anche Lucy era sieropositiva, da ben sedici anni. Esattamente sette anni fa, a Natale del 2000, pubblicammo nel Girotondo alcuni passi del suo diario. Pagine drammatiche, risalenti a pochi mesi prima, quando Lucy aveva deciso di togliersi la vita con del veleno per topi, travolta dalla malattia, dalla povertà, dall’impossibilità di avere un futuro. E soprattutto dalla solitudine, dal disagio, dall’esclusione provocati dalla malattia. “Sono nata nuda e morirò nuda - scriveva Lucy -. Sono nata senza niente e sarò sepolta senza niente. Sono nata sola e morirò sola. Così ciò che ho lasciato in questo mondo è per il mondo. Non ho niente in questo mondo che possa chiudermi il cammino verso il cielo. Se Dio vuole che io muoia, morirò; se Dio vuole che io viva, vivrò. Nient’altro”.

Dio non volle che Lucy morisse. Anzi, l’incontro con don Romano non solo la fece desistere dal togliersi la vita, ma le diede la forza di trasformare il suo dramma in un motivo di speranza per altri malati. Nacque così il Mufoa, gruppo di auto mutuo aiuto formato da sieropositivi e non, in lotta contro la malattia e l’ignoranza di cui spesso è figlia, ma anche contro ogni forma di discriminazione che colpisce i malati, spingendoli il più delle volte fuori dalle loro comunità. Un’avventura che negli anni ha riunito centinaia di persone e che, grazie alla distribuzione di farmaci e ai continui incontri di sensibilizzazione, ha contribuito in modo notevole a migliorare le condizioni di vita di tantissimi sieropositivi, dal punto di vista sia sanitario che sociale. Tanto che da ormai due anni a Mugunda non si celebrano funerali di persone morte di Aids.

Di tutto ciò Lucy è stata fino all’ultimo una delle principali anime. Il racconto appassionato della sua vicenda, della sua rinascita erano il momento clou di ogni riunione. Avrà ripetuto la sua storia centinaia di volte, presso scuole, parrocchie, mercati, sempre con voce ferma e nessuna vergogna. Anche quando una nuova malattia, un tumore all’occhio, aveva cominciato a debilitarla. Alla fine, nonostante tutte le cure, il suo fisico già provato da sedici anni di Aids alla fine non ha retto. Ma la sua vita resta esempio di speranza, dimostrazione di come, con le medicine e il sostegno giusti, con l’HIVsi possa convivere anche in un villaggio rurale nel cuore dell’Africa. E allora ci piace ricordarla sorridente, mentre con i compagni del Mufoa danza e si diverte sotto un sole implacabile durante un incontro di sensibilizzazione. Ti sia lieve la terra, Lucy Wagiro. Sul tuo diario scrivevi “Questo mondo non è la mia casa e io sono solo di passaggio”. Fidati, per chi ti ha incontrato è stato un gran bel passaggio.

Notizia del 05/11/2007


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